Translate
الأربعاء، 10 أبريل 2013
مسيرة حياتي
بعد دقائق قليلة ستدق الساعة الثانية عشرة
وسيرحل يوم من فبراير وهو السابع عشر
وسيرحل معه عامي التاسع عشر
وبعده بلحظة واحدة سيبدا يوم جديد
في شهر فبراير وهو اليوم الثامن عشر
ومن بعده سينطلق عامي العشرين
فالثامن عشر من فبراير هو يوم عظيم
شهد به واقره الخلق اجمعين
كيوم وكحدث من احداث التاريخ
العريق
وجعلوه يوما للاحتفال بمولد صاحب السمو والجلالة
فهو يوم انتصارا للبشرية باسرها
فلقد اتي في مثل هذا اليوم منذ تسعة عشرة عام
فارس العرب وعمدة الفواخر وهازم الشر وناصر الحق
فقد أتي في مثل هذا اليوم منذ تسعة عشرة عام
ملك الرومنسية و فارس الاحلام والطائر بلا اجنحة
الذي لا يخشي ولا يهاب الا الله جل
علاه
حتي ان لم اكن كل هذا او لم اكن اي من هذا
فيكفيني فخرا بان حبيبتي تحب يوم مولدي
فيكفيني فخرا بان حبيبتي تهتم بعيد
ميلادي
وتتاخذه يوما مميزا في حياتها
فقد مر من عمري تسعة عشر عاما
فلم اهتم او احسب كم عشت من
الاعوام ؟
فحياتي كانت بلا هدف بلا وجهة فكلها اعوام
لم افكر في مستقبلي في يوم من الايام
لم افكر ماذا ساصبح عندما اكبر
لم افكر باي وظيفة ساقضي باقي عمري
أ طبيبا ام مهندسا ام مدرسا ام مرشدا ساكون ؟؟
كل الايام بالنسبة لي كانت مثل بعضها
فاليوم كان كامسه وكغداه فكلها ايام سواء
فقد عشت في هذه الدنيا تسعة عشر
عاما
كلها ايام متشابهة الصبح كاليل والنور كالظلام
لم اهتم باي وقت انام او اي وقت استيقظ ؟؟؟
لم اهتم اذاكر دروسي ام العب ام ..ام ... ام .. ام ؟؟؟
عشتها بحلوها وبمرها و بسعادتها وبحزنها
عشت سن الطفولة كالكبار وعندما رشدت
رجعت الهو والعب وافكر كالصبية الصغار
فيوم افرح ابي و امي ويوم احزنهم
ويوم يفرحوني فيه ويوم يعاقوبونني
يوم اخذ اخواتي في حضني ويوم اكشر لهم
يوم اصطحب اصحابي لكي نفعل الاعيبنا الشيطانية
ويوم اقاطعهم فيه واجلس لوحدي منفردا وحيدا
نعم انها لذكريات ان كانت حزينة او سعيدة
فانها ذكريات ونحن للذكريات ليسوا بمنكرين
هكذا كانت حياتي منذ يوم ميلادي الاول
يوم الجمعة يوم الثامن عشر من
فبراير
في التسعمائة و الرابع
والتسعون بعد الالف
الي ان جاء اليوم الموعود
فمنذ هذا اليوم وانا لست انا
فلقد اصبحت انسانا اخر مختلفا عن
ذي قبل
اصبحت احب الحياة واتمني عيشها
اصبح لي هدف وقضية احارب من اجلها
فهذا اليوم اسطره بدمي في صفحات قلبي
فهذا اليوم هو يومي الاول في قصة حبي
فالاول مرة اجلس امامها وجها لوجه
فالاول مرة عينني تلتقي بعيناها الفاتنتان
فالاول مرة اري شفتيها الجاذبتان
فالاول مرة المس يديها الرقيقتان
فالاول مرة يدق قلبي كدقات العازف للوتر
فالاول مرة اشعر بالانجذاب للنساء
فالاول مرة اشعر بحرارة انفاسها الرقيقة
فالاول مرة احس بحرارة تسير في جسمي وجوارحي
فالاول مرة اري شعرها الحرير الذي يتطاير في الهواء
كاوراق الشجر في شهر الربيع في جو الحب والنسيم
فيا لجمال شعرها ونعومته الجاذبة الفاتنة
فالطرحة تتساقط من عليها لغضبها
فهي لا تريد ان تخفي جمال شعرها الرباني
وتتساقط من حين للاخر لتعلن للجميع
ان ما تخفيه تحتها لا يوجد له مثيل وانما هو شعر فريد
فكم تمنيت ان اقع قتيلا علي شفتيها الرقيقة
وكم تمنيت ان أقبل جبهتها المنيرة
وكم تمنيت ان اقع في حضنها الرشيق
وان اخذ موضع الطفل الرضيع
وكم تمنيت ان اذوب داخل فمها الصغير
وان اتذوق طعم لسانها الطويل
فالاول مرة اتحدث اليها وجها لوجه
ولاول مرة اتكلم معها عن قرب
ولاول مرة اكتشف انه هناك مازلت الدنيا بخير
وان مازل توجد اخلاق نبيلة كاخلاقها
هذه
فانها ليست بفتاة كباقي الفتيات الاخريات
انما هي ملاك يسير علي الارض
بامر من رب السموات والارضي السبع
فورب الكعبة انها لملاك في صورة فتاة
فما توجد فتاة في زمننا هذا متحلية
بالجمال الفائق والاخلاق النبيلة
والتربية الربانية والدينية الصحيحة
فهي حاملة للكتاب لله
فهنئيا للها وللولديها ساكنة الفردوس الاعلي
لم اتمني من قبل ان امتلك الاموال الطائلة
او امتلك الوظيفة الرفيعة
او احصل علي شهادات عالية
الا عندما وقعت في حبها
تمنيت ان اكون ملك زماني
وان امتلك كل شئ بحوزتي
وهذا ليس من اجلي وانما لاني
اريد ان احبو مسرعا علي قدمي
وأطرق بابا بيتها واقابل ولي امرها
واطلب منه ان يزوجني إياها في الحال
ان وافق ورحب فبها ونعمة
وان رفض سأتزوجها رغم انف الجميع
ان كان رغم انف اهلها و اهلي
فهي لي وليس لاحد غيري
وانا لها ولست لاحد غيرها
فنحن خلقنا لبعضنا ولاي مخلوق
يستطيع ان يبعدنا عن بعضنا
طالما تسلحنا بسلام الايمان والثقة بالله تعالي
فلن يجرو بشر ان يفكر في ابعادها عني
وانا سأحارب من اجلها لاخر نقطة في دمي
بقلمي
اسلام علام
01151025101
بقلمي
اسلام علام
01151025101
Giulio Angioni, Assandira
Giulio Angioni, Assandira
Sellerio Editore
Il vecchio pastore Costantino, padre di Mario, anima e genius loci dell’agriturismo, nella notte devastata si abbandona ai ricordi. A giorno fatto arriverà la Giustizia, magistrato inquirente e carabinieri, col suo apparato di rovelli, domande insidiose, dubbi. C’è dolo colpa o caso dietro l’incendio? Il morto è un semplice morto, o un morto ammazzato?
Siamo davanti al frutto più maturo, ancorché spinoso, dell’ormai lunga carriera di Angioni narratore. Facile ma erroneo etichettarlo come giallo o noir. Spira un’aria di gelo urente, in questa pagine, ventate di fumosa e catramosa ironia.
Perché tutto appartiene al mondo dell’equivoco, della finzione, in Assandira, e l’equivoco, si sa, il motto ambiguo, l’enigma, è il nocciolo duro della tragedia.
Dentro il recinto di Assandira tutto è fittizio. A incominciare dal nome, che riprende il ritornello d’un’antica nenia sarda che torna insistentemente, e insensatamente su se stessa, incantatoria ed ebete. Voce pastorale dell’eterno ritorno, buona per soggiogare gli animali e la sorte.
Ogni oggetto di legno pietra sughero metallo, ogni suppellettile della vita pastorale, ogni momento, dalla monta delle pecore alla macellazione degli agnelli viene “mostrato più che usato”, e i turisti, illusi di diventare per un giorno pastori, plaudono, gozzovigliano, fotografano. Assandira è tutto un sembrare, un apparecchio scenico che scaglia sberleffi. Volevate il tempo libero, cittadini d’Occidente? Eccovi il bengodi, sfaccendati turisti planetari, baloccatevi nell’eden ritrovato sotto le spoglie d’un ovile sardo, giardino d’infanzia del mondo, con annesse capanne di frasche, arrosti omerici, vino che va in sangue e canti gutturali.
Idea geniale del giovane Mario, emigrante di ritorno, e della sua bionda, walkiriesca partnerscandinava Grete. L’antico mondo pastorale è impallidito appena una generazione fa, basta grattar via la tenue crosta di moderno sopravvenuta. Anzi, meglio negarla del tutto, questa modernità, che in fondo è solo cascame piovuto fortunosamente in terra di colonia e di frontiera come è la Sardegna.
Il vecchio padre Costantino, ch’è stato pastore davvero, sulle prime recalcitra davanti al progetto. Un poco perché non trova nulla d’attraente nella vita del pastore, lui che pastore è stato per tanti anni, in decorosa povertà, segregato dal consorzio degli uomini. E anche un poco perché vede di malocchio il mettere in caricatura quella ch’è stata la sua seria, onesta vita di pastore.
No, a Costantino tutto questo non garba, e i lauti guadagni che l’agriturismo presto incomincia a realizzare non gli paiono più onesti di quelli d’una banda di abigeatari.
Ma poi cede, a strappi e bocconi, si adegua, e come tutti i convertiti finisce coll’esagerare nel contrario: indossa il costume etnico che da vero pastore non ha mai indossato, fa le sue apparizioni banditesche con la doppietta ad armacollo, ammannisce sapienti arrosti per le comitive festanti, impara perfino a dire tenchiù.
Eccolo «dare corpo e panni all’ambiguo dell’esotico», come si lascia discretamente sfuggire Angioni, che in una vita parallela è cattedratico d’antropologia.
Anche dietro il progetto dell’agriturismo fa capolino un professore malmostoso: personaggio secondario che appare in sapidi cammei a consigliare supervisionare certificare il rispetto della cultura tradizionale e insieme la bontà della copia. Che tutto sia fittizio ed efficace, che tutto sia replica verosimile, tanto è un gioco, e c’è chi paga per giocarci.
Ridotto a cenere e tizzoni il circo effimero di Mario e Grete, riemerge nella memoria del vecchio un senso di perennità apparentemente ottuso.
Ottuso appare il vecchio agli occhi del magistrato inquirente, accorso sul luogo della tragedia con la fregola di pesare e confrontare indizi e confessioni, di sollecitare le parole di Costantino Saru, unico superstite che tutto ha visto e nulla comprende, per revocarle in dubbio. Gli eventi diventeranno storia, a patto che la storia «non dipenda solo da chi ce la racconta», visto che il magistrato, riecheggiando Heidegger, teme la chiacchiera e insinua che «il mondo dipende oggi dai suoi relatori», forse includendosi nella categoria.
No, Costantino Saru a domanda non risponde. Monologa fra se stesso, o forse dialoga con la moglie morta, con il figlio morto, con la nuora ricoverata, col nipote nascituro che alla fine non nascerà.
Anche quel nipote è frutto d’equivoci e d’inganni, concepito in provetta nell’algida e scientifica terra di Danimarca non si sa col concorso di chi. Nipote e non nipote, figlio di suo figlio o di chi altro? C’è di sicuro che matura nel grembo della bionda Grete, che Costantino s’è sorpreso più volte a desiderare come donna.
Costantino Saru è un guardiano della soglia, e come tale ha diritto di vita e di morte, ha il diritto di non capire o capire troppo, di sovrainterpretare e rimanere un passo indietro rispetto agli eventi che lo trascinano – ignora quale sia il suo posto in questo mondo nuovo e tuttavia lo abita e lo pervade, esercitando anche il diritto all’inganno e alla mascheratura.
«Non gli è venuto ancora il pianto facile dei vecchi», perciò ha la forza di confessare a se stesso resistenze e cedimenti, a scoprirsi uomo di dubbio e paradosso, lui pastore ignorante, oltre la comprensione dei Tiresia miopi, carabinieri, magistrati, aggiogati alla routine, presenti sulla scena a confondere ulteriormente le idee, parafernali del noir.
Che ci sia dolo o almeno colpa, che sia mano assassina, volontaria o imprudente. Che ci sia una verità. A Costantino Saru la verità importa sopra ogni altra cosa, adesso.
S’è lasciato andare a concessioni minime, che hanno aperto crepe dalle quali filtrano cascatelle di male. Non è il Male con la maiuscola, un grosso satana cui è gratificante resistere, ma cento farfarelli scherzosi che conducono a dannazione senza parere.
Chi è il colpevole? Chi ha causato la tragedia? La verità è una ronda di vaticini equivoci, di volontà distorte, di tiri che sbagliano bersaglio e colpiscono alla cieca, di omissioni efficaci e azioni fallite.
Come gli uomini moderni separano la copula dalla procreazione e riposano sul lavoro per ammazzarsi di fatica nel divertimento, Costantino trova la verità nella contraddizione.
Se lo scioglimento della tragedia è logico, non è vero, se è vero, non è logico. Che più da un uomo che teme le parole, perché ogni volta che ha aperto bocca gli è sfuggito il contrario di quello che voleva dire?
Pensieri taciuti, che non sai se t’invadano da fuori o ti scoppino dentro. Com’è stato dell’incendio. Il fuoco può distruggere i nodi, non scioglierli. Nessuna blandizie investigativa e poliziesca può scalfire la mente contraddittoria di Costantino, mettere ordine fra gli eventi ancor più contraddittori che quella mente riceve elabora e restituisce con delirante coerenza.
Gl’inquirenti restano fuori, alle soglie di questo mondo inaccessibile. Appartengono a quello del giallo, del noir.
Nel recinto di Assandira è tragedia, luogo dove il lutto si condensa e deflagra in illuminazione, e basta a se stesso. Additare un colpevole non emenda, non consola, non risarcisce.
La preoccupazione del magistrato, che la rete delle versioni sia un falso aggiunto al falso, è anche quella dell’autore. Angioni ha però il farmaco della sua scrittura, fisicamente e geograficamente di frontiera, creola come la società che illustra, che non si limita a raccontare ma addita, ora in modo concitato e dionisiaco, ora con gesti larghi e ariosi come l’orizzonte. Scrittore appartato e universale, Giulio Angioni, della razza dei Rezzori e dei Naipaul, interprete autentico di tutti noi meteci.
Da leggere di Giulio Angioni (Guasila – Cagliari – 1939):
L'oro di Fraus, Editori Riuniti, 1988; Il Maestrale,1995.
Il sale sulla ferita, Marsilio, 1990.
Una ignota compagnia, Feltrinelli, 1992.
La casa della Palma, Avagliano, 2002
A cura della Redazione Virtuale
الاشتراك في:
الرسائل (Atom)